Ah. L’amour (in cuffia : isn’t she lovely – Stevie Wonder)

Lui si volta indietro per un secondo, poi di nuovo parla alla ragazza che ha di fronte. 
“Amore, secondo te è cinese?”
“Ma va’” risponde lei. “Guardagli gli occhi.”
“Appunto. Li ho visti. Sono cinesi.”
La ragazza scuote la testa ed osserva il giovane con l’apparecchio in bocca come avesse a che fare con un povero beota con l’apparecchio in bocca.”Perché sei cretino?”
“Dai. Solo simpatico. Con te.”
“Sentilo, da morirci. Comunque è giapponese, si vede. Di qualche isola asiatica tipo Hiroshima o giù di lì. Non vedi che ha la macchina fotografica? Una Nikon. Figurati.”
Lui annuisce. È, però, ancora perplesso.
“Perché i cinesi non hanno la…?!”
“Ma va’. Quelli sono telefonino e wechat. Anche se poi hanno la stessa faccia, più o meno.”
“Dai, abbassa la voce, che t’ha sentita.” 
“Ma chi?”
“Ti ha guardata. Fidati. Quello lì,  il cinese, ti ha sentita. Guardaguardaguarda ti sta guardando. Chefiguradimerda!”
Alcuni passeggeri si voltano. La osservano. Mollano le proprie letture.
Ed è in quel preciso momento che lei si innervosisce.
Serra le labbra. Si muove sulla seduta. Abbassa la voce che diviene cigolante. Metallica. 
Gli occhi ridotti in fessure, come in Shining. Pertugi del male. Crepe dell’inferno. 
“Oh. Siamo in un treno.” Raschia petulante la pupilla perniciosa. “Se non gli sta bene scenda pure questo qui! Mi guarda… Cos’è? non posso parlare? Già ci hanno invaso con gli involtini, le lore cazzate cinesi copiate e io devo abbassare la voce? A casa mia?”
Prossima fermata Vanzago. Questo treno è diretto a… Treviglio
.In quel frammento, apparecchio beota si piega infallibilmente in avanti. 
Purtroppo, sorride. Con quel ghigno di acciaio. Mai pago.
Il piglio è un lieve sussurro nel suburbano claustrale.
“Ma  non hai appena detto che è giapponese, e guardagliocchi guardalaNikon guardawechat?”
Il danno è fatto.
Merda.
La giovane donna si morde le labbra. Le si appanna lo sguardo. Scruta l’uomo asiatico, poi fissa alcuni vicini che, evidentemente (è lapalissiano) ridono di lei. 
Osserva nuovamente il beota con l’affare di latta in bocca che chiama amore. Buongiorno amore. Per tutta la vita amore.
Qualche secondo per assimilare. Apre la sua rivista, accavalla le gambe. Prende un lungo respiro.
“Sei arrabbiata amore?Scherzavo.”
La donna esplode.
“Oh, senti. Se questa mattina ti sei svegliato per rompermi le palle vedi di telare. E vedi di non sputarmi in faccia quando parli. Che mi hai lavata. Sto deficiente, sto’.”

Ah, l’amour! Isn’t she lovely

In piedi ( in cuffia: conya doss – smile again)

La ruminante macina la cicca a bocca aperta, si accomoda di fianco alla tizia con la borsa fasulla di Prada.
L’altra, zoppicante, con il tacco 12, resta in piedi “no no, sedetevi pure” – tanto io ho solo la caviglia che cede come la torre di Pisa.
La ruminante si disfa del cappotto e si mette a suo agio. Apre e chiude ritmicamente la bocca spostando, di tanto in tanto, in diagonale la mascella. Produce un suono sgraziato. Un gnagna asimmetrico.
“Gnagnagna”.
Mastica.
“Oggi girano tutti – gnagna – fanno sciopero solo in Bovisa e quelle linee lì – gnagna.”
“sei certa?” Risponde traballante ed esitante tacco 12 “per me, oggi, sono tutti soppressi.”
Ma la ruminante è proprio irremovibile; figuriamoci, con quella mascella sicura e determinata.
“Nonono – gnagna –  l’s5 è fuori. L’ho sentito ieri – gnagna.”
Tacco 12 si muove sul posto saltellando da una scarpa all’altra, come avesse calli che le spuntano all’improvviso tra i piedi.
“Speriamo. Oggi non posso pensare di aspettare treni. Sono scivolata davanti casa.”
“Male?”
“Fai te” indica con una mano la caviglia. “Un disastro. La strada. Le buche. ”
“Meno male che non abitiamo distanti tipo Domodossola.”
“Una linea del cazzo.”
“Eh, però – gnagna – sempre pieno gnagna”.
Borsa di Prada annuisce cercando, in quel sacco di moda taroccato, del burro cacao. Lo afferra, lo svita, lo spalma, poi parla.
“E pensare che prima c’era un treno bellissimo che si fermava a Parabiago. Arrivava preciso preciso. Poi basta. Chissà perché l’hanno tolto.”
“Vero – gnagna – così comodo. ”
Tacco 12 è alle cozze. Fatemi sedere, deficienti oche giulive.
Ha lo sguardo che urla pietà; amiche, pietà. Un sedile, pietà.
Con le pustole sparse ai piedi stira le labbra in una smorfia di dolore. È evidente. Soffre. Lentamente muore, come la sua bile. Come Neruda. 
Si dimena ormai in un triste ballo di San Vito.
Mira alle bestie con un’ unica preghiera scolpita in petto: un sedile!
La ruminante, però, non ci sente e non ci vede.
“E ti ricordi – gnagna – i treni con i sedili in legno?”
Coinvolge borsa tarocco. Il dialogo è tra loro: donne sane, sedute, prive di calli. Nessuno strazio, alcuna dolenza.
“E quello con le porte che si aprivano a libro?”
“Che treni – gnagna”
“Meno male che viaggiamo su questi. Già, se vuoi, l’odore è tutta un’altra cosa”.
“Va bhe altri tempi – gnagna”
“Altra età.”
“Ma perché – gnagna – questo adesso è fermo da 30 minuti e non dicono nulla?”
“E che ne so. ”
Borsa di prada si gira. Guarda oltre il finestrino. Tiene il burro cacao fermo sulle labbra.  Stropiccia distrattamente la bocca semichiusa da idiota. Poi, si accorge all’improvviso dell’ amica al collasso, con i calli ovunque.
La osserva. Cerca con gli occhi la caviglia. Annuisce. Pare rinsavita.
Ma dura una frazione di secondo, e quando si rende conto che forse non appartiene alle sue cerchie di google, ritorna al finestrino ed alla sua fermata. Comodamente seduta con masticaduro.
Certosa…
“Treni vergognosi guarda. Con tutta sta gente in piedi.”

Brutta giornata (in cuffia: dans mon île. Henri Salvador)

– Ma che cosa chiami il nonno?!?
L’Occhio del tizio si danna e si affanna  impulsivamente. Obliquo.
– Il nonno non sa neanche che cosa tirare fuori, il nonno. Non sono su quella linea i cavi! Adesso mi aspettate, io vengo lì diretto con Francesca e vediamo. Nonno devi lasciarlo stare.  Dai. Si, si. Va bene. Ciao.
Click.
– Il nonno. Figurati.
Percuote con la mano la coscia, ad autoflagellarsi. L’iphone è lanciato istericamente nella borsa in pelle.
– Cosa è successo?
– Eh, cosa è successo. Che le cose vanno fatte con la testa!
Improvvisamente il piede stressato si impunta ritmicamente sul pavimento.
Tac tac tac tac tac
– Batteria scarica?
Piede stressato lo guarda come se avesse fatto la domanda più idiota del mondo.
– Scarica… si ma me l’hanno scaricata loro. Quei cretini.
Tac tac tac tac
– e adesso?
– Adesso Francesca ha chiamato Andrea che chiama casa e vediamo. Hanno lasciato il ventilatore acceso, la batteria accesa, le luci accese. Tutto acceso. Il cervello no. Quello è spento!
– Succede
– See. Cresci una famiglia e questo è il risultato.
Si informano i gentili viaggiatori che questo treno viaggia con un ritardo di 25 minuti. Trenord si scusa per il disagio.
– Vedi? tu che ti lamenti.  C’è di peggio…
– Mavvaffanculo va!
Tac tac tac tac.