Ironia (in cuffia: Eyeline – submotion Orchestra)

“sto prendendo l’aloe, quello in bottiglia”
“Ah si? Ti da benefici?”
Ci pensa. Si guarda nel vetro che riflette una tizia con le occhiaie. La faccia stanca, i capelli vaporosi impennati sulla destra. E si cerca, in quel riflesso, tastandosi il cespo.
“Nun so.” Risponde con l’accento romano. “Ho appena iniziato.”
L’altra è storta, stravaccata come al cinema. Sulla faccia il labbro a sbalzo, prolungamento di un mento che cade verso il collo.Continua a tessere all’uncinetto muovendo le mani gonfie, ritmicamente, sulla trama di un centrino. 
Mano su. 
Mano giù.  
Mano su. 
Mano giù. 
“Che sapore ha? È dolce?”
“Mah. Non sa di nulla. Di acqua.”
Capelli vaporosi a destra, afferra qualcosa dalla borsa. Una spazzola da viaggio che usa pazientemente per aggiustare la zazzera di paglia. 
“Quello è il centro tavola della settimana scorsa?” chiede.
“Eh?”
“È il centrino che stavi facendo la scorsa settimana?”
“Na. Questo sarà il quintosesto.Figurati,  Finito da mo!”
“Ah” 
“Terminato dalla settimana scorsa. Appunto”
Pelo cotonato si riguarda nel vetro buio riflettente. Rimane un po perplessa, si sposta il ciuffo verso il centro. Ma quello scivola, immancabilmente, impuntato, piano piano, dov’era un tempo.
“E poi che fai con tutti quei centrini?”
Labbro a sbalzo, bazza e collo,  Penelope che tesse in attesa di Ulisse, continuando a trafficare con le mani, sorride in quel sorriso che, a causa del mancato mento, la fa sembrare un pupazzo di neve. E scuote la testa a sottolineare l’imbecillitá della domanda.
“Che faccio dei centrini? Li propongo. Che faccio.”
(Imbecille)
Mano su. 
Mano giù. 
“A chi?”
“Ai vicini, al lavoro. Agli amici.”
“Ah..”
“…Le cresime. Comunioni… gli amici di Giulia…”
“Capito. E ti pagano?”
E lì, Frozen, si arresta. Salta un punto alto. Perde un punto croce. Le forcelle si schiantano, scivolano. Sbuffa ed osserva finalmente pelodicotone con sguardo sardonico, con faccia ironica. Gli occhi due fessure di acciaio. Il naso, una carota.
E non puoi sbagliare. 
No!
Non puoi sbagliare davvero quando un essere umano, per conformazione,  non ha il mento. L’ironia la vedi subito.
È palpabile, evidente. Stampata ovunque. È da ciechi non vederla.
A quella domanda – e ti pagano? – frozen non può che reagire.
“Figurati. compro il materiale,  ci lavoro su duegiorni duegiorniemezzo, divento cieca e poi li regalo, perché nonhouncazzodafare”. Risponde secca.
Appunto, ironica.
Cespo a destra annuisce. Si specchia nuovamente. Chiude la borsa. 
Prossima fermata Bologna centrale.
Mette una cicca in bocca. Tocca il ciuffo. “Brutta cosa quando sei troppo buona” risponde. “Io pure uneuro uneuroemezzo li avrei venduti. Che poi, ‘a gente mancoapprezza!”

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Ah. L’amour (in cuffia : isn’t she lovely – Stevie Wonder)

Lui si volta indietro per un secondo, poi di nuovo parla alla ragazza che ha di fronte. 
“Amore, secondo te è cinese?”
“Ma va’” risponde lei. “Guardagli gli occhi.”
“Appunto. Li ho visti. Sono cinesi.”
La ragazza scuote la testa ed osserva il giovane con l’apparecchio in bocca come avesse a che fare con un povero beota con l’apparecchio in bocca.”Perché sei cretino?”
“Dai. Solo simpatico. Con te.”
“Sentilo, da morirci. Comunque è giapponese, si vede. Di qualche isola asiatica tipo Hiroshima o giù di lì. Non vedi che ha la macchina fotografica? Una Nikon. Figurati.”
Lui annuisce. È, però, ancora perplesso.
“Perché i cinesi non hanno la…?!”
“Ma va’. Quelli sono telefonino e wechat. Anche se poi hanno la stessa faccia, più o meno.”
“Dai, abbassa la voce, che t’ha sentita.” 
“Ma chi?”
“Ti ha guardata. Fidati. Quello lì,  il cinese, ti ha sentita. Guardaguardaguarda ti sta guardando. Chefiguradimerda!”
Alcuni passeggeri si voltano. La osservano. Mollano le proprie letture.
Ed è in quel preciso momento che lei si innervosisce.
Serra le labbra. Si muove sulla seduta. Abbassa la voce che diviene cigolante. Metallica. 
Gli occhi ridotti in fessure, come in Shining. Pertugi del male. Crepe dell’inferno. 
“Oh. Siamo in un treno.” Raschia petulante la pupilla perniciosa. “Se non gli sta bene scenda pure questo qui! Mi guarda… Cos’è? non posso parlare? Già ci hanno invaso con gli involtini, le lore cazzate cinesi copiate e io devo abbassare la voce? A casa mia?”
Prossima fermata Vanzago. Questo treno è diretto a… Treviglio
.In quel frammento, apparecchio beota si piega infallibilmente in avanti. 
Purtroppo, sorride. Con quel ghigno di acciaio. Mai pago.
Il piglio è un lieve sussurro nel suburbano claustrale.
“Ma  non hai appena detto che è giapponese, e guardagliocchi guardalaNikon guardawechat?”
Il danno è fatto.
Merda.
La giovane donna si morde le labbra. Le si appanna lo sguardo. Scruta l’uomo asiatico, poi fissa alcuni vicini che, evidentemente (è lapalissiano) ridono di lei. 
Osserva nuovamente il beota con l’affare di latta in bocca che chiama amore. Buongiorno amore. Per tutta la vita amore.
Qualche secondo per assimilare. Apre la sua rivista, accavalla le gambe. Prende un lungo respiro.
“Sei arrabbiata amore?Scherzavo.”
La donna esplode.
“Oh, senti. Se questa mattina ti sei svegliato per rompermi le palle vedi di telare. E vedi di non sputarmi in faccia quando parli. Che mi hai lavata. Sto deficiente, sto’.”

Ah, l’amour! Isn’t she lovely

In piedi ( in cuffia: conya doss – smile again)

La ruminante macina la cicca a bocca aperta, si accomoda di fianco alla tizia con la borsa fasulla di Prada.
L’altra, zoppicante, con il tacco 12, resta in piedi “no no, sedetevi pure” – tanto io ho solo la caviglia che cede come la torre di Pisa.
La ruminante si disfa del cappotto e si mette a suo agio. Apre e chiude ritmicamente la bocca spostando, di tanto in tanto, in diagonale la mascella. Produce un suono sgraziato. Un gnagna asimmetrico.
“Gnagnagna”.
Mastica.
“Oggi girano tutti – gnagna – fanno sciopero solo in Bovisa e quelle linee lì – gnagna.”
“sei certa?” Risponde traballante ed esitante tacco 12 “per me, oggi, sono tutti soppressi.”
Ma la ruminante è proprio irremovibile; figuriamoci, con quella mascella sicura e determinata.
“Nonono – gnagna –  l’s5 è fuori. L’ho sentito ieri – gnagna.”
Tacco 12 si muove sul posto saltellando da una scarpa all’altra, come avesse calli che le spuntano all’improvviso tra i piedi.
“Speriamo. Oggi non posso pensare di aspettare treni. Sono scivolata davanti casa.”
“Male?”
“Fai te” indica con una mano la caviglia. “Un disastro. La strada. Le buche. ”
“Meno male che non abitiamo distanti tipo Domodossola.”
“Una linea del cazzo.”
“Eh, però – gnagna – sempre pieno gnagna”.
Borsa di Prada annuisce cercando, in quel sacco di moda taroccato, del burro cacao. Lo afferra, lo svita, lo spalma, poi parla.
“E pensare che prima c’era un treno bellissimo che si fermava a Parabiago. Arrivava preciso preciso. Poi basta. Chissà perché l’hanno tolto.”
“Vero – gnagna – così comodo. ”
Tacco 12 è alle cozze. Fatemi sedere, deficienti oche giulive.
Ha lo sguardo che urla pietà; amiche, pietà. Un sedile, pietà.
Con le pustole sparse ai piedi stira le labbra in una smorfia di dolore. È evidente. Soffre. Lentamente muore, come la sua bile. Come Neruda. 
Si dimena ormai in un triste ballo di San Vito.
Mira alle bestie con un’ unica preghiera scolpita in petto: un sedile!
La ruminante, però, non ci sente e non ci vede.
“E ti ricordi – gnagna – i treni con i sedili in legno?”
Coinvolge borsa tarocco. Il dialogo è tra loro: donne sane, sedute, prive di calli. Nessuno strazio, alcuna dolenza.
“E quello con le porte che si aprivano a libro?”
“Che treni – gnagna”
“Meno male che viaggiamo su questi. Già, se vuoi, l’odore è tutta un’altra cosa”.
“Va bhe altri tempi – gnagna”
“Altra età.”
“Ma perché – gnagna – questo adesso è fermo da 30 minuti e non dicono nulla?”
“E che ne so. ”
Borsa di prada si gira. Guarda oltre il finestrino. Tiene il burro cacao fermo sulle labbra.  Stropiccia distrattamente la bocca semichiusa da idiota. Poi, si accorge all’improvviso dell’ amica al collasso, con i calli ovunque.
La osserva. Cerca con gli occhi la caviglia. Annuisce. Pare rinsavita.
Ma dura una frazione di secondo, e quando si rende conto che forse non appartiene alle sue cerchie di google, ritorna al finestrino ed alla sua fermata. Comodamente seduta con masticaduro.
Certosa…
“Treni vergognosi guarda. Con tutta sta gente in piedi.”

Brutta giornata (in cuffia: dans mon île. Henri Salvador)

– Ma che cosa chiami il nonno?!?
L’Occhio del tizio si danna e si affanna  impulsivamente. Obliquo.
– Il nonno non sa neanche che cosa tirare fuori, il nonno. Non sono su quella linea i cavi! Adesso mi aspettate, io vengo lì diretto con Francesca e vediamo. Nonno devi lasciarlo stare.  Dai. Si, si. Va bene. Ciao.
Click.
– Il nonno. Figurati.
Percuote con la mano la coscia, ad autoflagellarsi. L’iphone è lanciato istericamente nella borsa in pelle.
– Cosa è successo?
– Eh, cosa è successo. Che le cose vanno fatte con la testa!
Improvvisamente il piede stressato si impunta ritmicamente sul pavimento.
Tac tac tac tac tac
– Batteria scarica?
Piede stressato lo guarda come se avesse fatto la domanda più idiota del mondo.
– Scarica… si ma me l’hanno scaricata loro. Quei cretini.
Tac tac tac tac
– e adesso?
– Adesso Francesca ha chiamato Andrea che chiama casa e vediamo. Hanno lasciato il ventilatore acceso, la batteria accesa, le luci accese. Tutto acceso. Il cervello no. Quello è spento!
– Succede
– See. Cresci una famiglia e questo è il risultato.
Si informano i gentili viaggiatori che questo treno viaggia con un ritardo di 25 minuti. Trenord si scusa per il disagio.
– Vedi? tu che ti lamenti.  C’è di peggio…
– Mavvaffanculo va!
Tac tac tac tac.

I benpensanti (in cuffia: evgeni’s waltz – Abel Korzeniowski)

 Si siede. Non sorride. 
Borsa gialla piena di verdure. La deposita ai suoi piedi Timidamente.
Gli occhi chiusi ed una sorta di smorfia dipinta tra naso e mento.Sembra stanchezza. Magari, solo i piedi doloranti.
Non si accorge dell’uomo con il cappello e la divisa, in piedi di fianco a lui.
– Biglietti.
E sembra non accorgersi neanche della lingua che sta parlando.
– Signore. Biglietti per favore.
E quello, allora, si alza. Si limita a non rispondere. Mostra la sua busta di verdure. La indica. 
In fondo, a parte la giacca ed una sciarpa blu, è l’unica cosa che ha con sè sul treno. 
– Cos’è, signore, fa finta di non capire? Le ho chiesto il biglietto, per favore.
E lui si gira. Sorride in una bocca larga e cariata. Annuisce agli altri passeggeri, al signore con il cappello e l’obliteratrice portatile.
– Dov’è che deve andare?
Ma è muto. E rimarrà tale fino al piano inferiore, accompagnato dall’uomo in divisa.
– Vengono a fare i signori nel nostro Paese.
– Che schifo.
Stazione di Rho. Questo treno è diretto a… Varese.
– Scenda, per favore. Mi spiace, ma qui non si può stare senza titolo di viaggio. Lì vendono i biglietti. Vada, signore. Vada.
E quello rimane con quel sorriso. Il volto rosso. Dietro le porte chiuse. Dietro i vetri. Dietro il treno.
Cariato. Umido.
Con la borsa gialla in una mano, un saluto gentile ed inutile nell’altra.
– E saluta pure, sto cretino. Che vergogna.
– Fanno i furbi, fanno. Vanno all’ortomercato e salgono gratis.
– Devi vederli quando c’hanno le rose. Che come cazzo le comprano?
– Eh, sì. Con i nostri soldi. Poi le tasse le paghiamo noi. Che a me è arrivata pure la Rai.
– Perché, l’hai pagata?
– Figurati. Mo’ regalo pure i soldi allo Stato.
Prossima fermata… Parabiago. 

Hannibal (in cuffia: Teedra Moses – be your girl)

– Siamo a Garibaldi? 
– Sì. Credo proprio di sì.
 Capelli pettinati con una mannaia cerca di guardare oltre il vetro allungando il collo. Gli occhi stretti stretti dietro le lenti bombate.
– Non si vede nulla fuori con queste scritte di merda. 
– E non mettono ancora le telecamere.
– Che palle, guarda… che palle…
L’amica comincia a grattarsi una mano. Raspa come Hannibal Lecter che gioca con la pelle degli innocenti.
– cosa?
– che arrivo al lavoro e quella stronza della segretaria ha le chiavi del caffè.  Mo’ devo prenderlo al bar.
– Perché?  – Chiede capello mannaiato.
Hannibal smette di grattarsi
– Perché  rubavano le cialde per non pagare 50 centesimi.
– iiiiih. Che barboni.
– Eh, ma io so chi è…
– Chi?
– Eh. So io lo so. Ma non lo dico.
– perché?
– Non posso. 
Mannaia in testa avvicina il faccione con gli occhiali.
– Scusa, lascia un biglietto anonimo, no?
Hannibal la guarda. È contrariata.  Riprende a raspare.
– Figurati, cosi capiscono che sono stata io a metterlo e vanno a sputtanarmi dicendo che le cialde le ho utilizzate pure io.
– Eh? Rubi le cialde anche tu?
– Eccerto. Che mica son più fessa delle altre. 
La pelle è viola. Tende al rosso cardinale.
– Lo fanno tutti in quell’ufficio di merda.

Vacanze (in cuffia: Oxmo Puccino – toucher l’horizon)

– …Belle vacanze, però, in questo momento della vita voglio stare da sola. Ho sofferto troppo.
– È chiaro.
– L’anno scorso ero andata con la macchina a Campo Marino. Eravamo noi quattro piu altri 5, però non eravamo solo noi quattro.
– No?
– No. Infatti.
– Ah..
– Eravamo tipo cinqueosei.
– Certo.
– I miei figli erano contenti che c’erano i cugini. La Chiara non ti dico! Forse quest’ anno ci sono le condizioni ideali per fare queste vacanze… siamo ancora, però, a febbraio.  Vedremo…
Italo vi da il benvenuto sul treno Milano-Roma. Il treno fermerà nelle stazioni di Bologna centrale . Firenze Santa Maria Novella. Roma tiburtina.  Roma ostiense.
– Tu fai come la figlia di una amica, la Laura, che al mare il padre aveva preso una barca e questa si è infatuata dello skipper di 50 anni. Uno con il tatuaggio e la bandana.
– Eh…
– Hai presente abbronzato, cicatrice sul braccio e faccia del pirata dei caraibi?
– Si conosco il genere.
– Tipo Dickens, il vecchio e il mare
– Hemingway…
– Si. Appunto. Un tipo cosi. Che poi, il bello è che lei voleva tornare giù a vivere con lui, con il dannato. E che gli vuoi dire?
– Pazzesco..
– “Consigliali il panettiere che c’e li sotto casa” gli ho detto al suo padre.
– Pover’uomo. Chissà che sofferenza.
– Si, una cosi brava persona, guarda.
– Ma lei è fidanzata?
– Ma va, ‘na zoccola.